Un pigiama a righe

Tutti i giorni, da quel mercoledì che quell'immenso cancello si è spalancato per me, contavo le spine di quel filo. Era ormai la mia consuetudine, il mio automatismo, la mia conta per sentirmi vivo, con uno scopo.

Li conoscevo uno ad uno, tutti diversi ed unici tanto che all'inizio li contavo, poi gli ho assegnato dei numeri ed ogni fila era una lettera.

Un alfabeto immenso, quasi senza fine, tranne che per le ultime tre in alto, a cui non arrivavo a causa della mia altezza. Tutto sommato ero solo un bambino.

Quei giorni in cui i signori mi portavano nella casa del dottore, le uniche cose che mi tenevano impegnato e mi facevano sopportare il dolore, era il ricordo delle mie spine, le contavo e ricontavo di continuo.

Le mie preferite erano le B16, C87, C122. Erano diverse dalle altre, un po' mozzate, quasi mutilate, di cui prendersi cura.

Anche loro come me, durante l'inverno, quando neve e pioggia non ci lasciavano in pace, iniziavano a soffrire ed ero triste.

Gli altri bimbi a volte non tornavano dalla casa del dottore, e per non pensare contavo il tempo che mi separava dalle mie spine.

 

Un giorno arrivarono altri signori, mi fecero una fotografia che ho conservato sul mio comodino. Ero vicino al filo spinato e sembravo triste ma in realtà ero solo stanco ma per fortuna contavo le mie spine.

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