Racconto ai tempi del coronavirus

Oggi sarei dovuta andare a fare la spesa. Era però ancora presto, prima dovevo sicuramente farmi un buon caffè. Il letto e il caffè.

Il gesto di aprire la caffettiera, pulire i residui di caffè del giorno prima e fare cadere i nuovi col cucchiaino ben distribuiti in tutto il contorno del disco.

Arrivi sempre ad un punto dove la polvere di caffè forma una montagnetta centrale dove supera il bordo di un poco e allora, a quel punto, con il cucchiaio dal punto più piatto si allineano i grani verso l’esterno, si tocca con delicatezza la punta di quella sabbia e i grani cadono disordinati a ricoprire gli angoli del cerchio.

Quando il gesto è finito più o meno si ha una copertura di prodotto uniforme, si stringe la caffettiera e si porta sul fuoco.

 

La stanza è vuota e il caffè segna il tempo, giusto il tempo per tirare su le lenzuola del letto. 


Oggi sarei dovuta andare a fare la spesa.

Due mele nella fruttiera, un pacco di pasta e mancava l’olio, mancava l’olio. Quello me lo dovevo ricordare. Eppure era una bella giornata, così bella che potevo prendere un po di sole, meglio farlo oggi perché se domani pioverà? Non potevo rischiare di non prendere quel po di sole oggi, domani non sapevo come sarebbe stato il tempo. Potevo guardare le previsioni. 


Guardo le previsioni e capisco se mi conviene farlo oggi o domani. Però a ben pensarci potrei prenderlo ora il sole.

Aprì la sedia sdraio sul poggiolo, in modo che lo potessi prendere per intero e la grata della ringhiera uscisse dal mio campo di azione, a quell’ora il sole filtrava in maniera ordinata perpendicolare alle grate e lasciava un grande spazio per poter stare quasi tutta esposta al sole.

 

Quasi tutta perché era ovvio che la parte finale del braccio dovevo spostarla leggermente per farla rientrare nel fascio di luce.

Tra qualche ora il sole non ci sarebbe più stato. Meglio starci ora. Ed era caldo e veramente piacevole, non ancora estivo ma
veramente caldo. Si stava veramente bene eppure il gomito era leggermente in ombra. 


Mi annoiavo un po', era giunta l’ora di aprire il telefono, vado in camera lo prendo dal comodino e lo porto sulla sdraio. Un minuto e si ha quella felicità strana, vibra e guardi in quelle poche ore che è stato spento cosa è successo, c’è quella curiosità mista a novità. Questione di un minuto. Una chat, due chat aperte. Il sole è proprio caldo e piacevole.

 

Oggi sarei dovuta andare a fare la spesa. Domani sarebbe stato nuvoloso, lo dicevano le previsioni che avevo visto usando il telefono. Mi chiedevo però nuvoloso in che modo. Nel senso il cielo era coperto totalmente o semplicemente come oggi ma con qualche nuvola in più. Quindi una cosa non terribile, un sole che va e che viene. Solo nuvolo. Punto. Non saprei queste previsioni non mi  avevano risolto più di tanto e comunque era meglio prendere oggi un po’ di sole, non c’erano dubbi. 


Era giunta l’ora di accendere il televisore, ma non per sentire il conteggio dei morti, era solo arrivato il momento di sentire parlare qualcuno di qualcosa. A quel punto potevo o guardare la Tv o prendere il sole. Ovviamente tutte e due le cose non potevo farle perché erano in ambienti diversi così decisi di alzare il volume del televisore, abbastanza alto per poterlo sentire e non guardarlo.

 

Avevo raggiunto un giusto compromesso e ne ero sollevata. Ero sulla sdraio, col sole, sentivo il televisore e potevo fare zapping col
telefono. Ero connessa. Perfetto. Tra qualche ora mi sarei sicuramente dovuta preparare qualcosa da mangiare. Sarei dovuta andare a fare la spesa.

Mancava l’olio e quello era importante. Se mi avessero fermato nella giustificazione avrei scritto che mi mancava l’olio per rimarcare il fatto che senza l’olio non potevo cucinare. Quindi non dovevo fare una semplice spesa come si potrebbe pensare.

 

La spesa la dovevo fare assolutamente oggi. Anche se domani era nuvolo, anche se domani non ci sarebbe stato il sole e non avrei potuto aprire la sdraio. Eppure l’intero braccio era già in ombra.

 

Dovevo fare un po’ di esercizio fisico, nulla di intenso, anche breve e sarei stata meglio. Ora che ero collegata al mondo, dovevo collegarmi al reale. Era essenziale muoversi un po, anche perché ora anche tutta la spalla era completamente in ombra.


Il personale sanitario ha paura del contagio, diceva la televisione. Riflettevo sul fatto di avere paura. Io non sapevo se avevo paura.

 

La caffettiera era da lavare, la pentola era pronta per essere riempita e la sdraio era ancora aperta col sole che la tagliava a metà. C’era una normalità banale. Così banale che è già tardi per andare a fare la spesa. Tanto domani sarà nuvoloso.


M.L.

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