Muoversi nella stasi

Cara società,

 

Stamattina mi sono affacciata dalla finestra, e il cielo illuminava con una bluastra luce accompagnata dalla pioggia, i tetti, le strade grigie non solo per l'asfalto, ma anche per la tristezza di non sentire un passo, gli alberi che non possono condividere ossigeno con anima viva, le panchine anche loro sole, ormai inutili. È la mia nuova abitudine, o forse necessità, respirare un'aria che non sia soffocata da pareti di cemento. E io che mi lamento perché i muri di casa mia mi proteggono, mentre c'è chi a stento si idratata con la pioggia violenta, si sfama con residui di cibo nella carta usata, rischiando più di prima la propria salute. Questa stasi la sto vivendo stranamente. E mi domando tutt'ora come è possibile, anche durante la pausa di macchine che corrono, di risate condivise, della musica di un concerto, delle urla al mercato, dei baci rumorosi, riuscire a vivere. Sì, stiamo ancora respirando, anche se controllando ossessivamente il corretto funzionamento del nostro corpo, nell'eventualità di aver iniziato questa quarantena troppo tardi. Stiamo ancora parlando, a volti impalpabili, inodori, irretiti nello schermo di un dispositivo elettronico. Ma devo ammettere che ho parlato anche a me stessa, ogni notte e ogni alba, ponendomi l'ennesima domanda: perché? E non mi interrogo sul perché di questo nostro presente, che alla fine sarà presto passato, ricordato solamente dalla parola "pandemia". Io voglio, pretendo, esigo sapere perché abbiamo già da adesso l'intenzione di minimizzare, di ridurre queste nostre giornate, al sole che è sorto e tramontato solo per se stesso, al divieto di uscire fuori ed "essere" insieme agli altri, solo per una sana precauzione. Non fermiamoci allo stato ultimo di ogni cosa: che sia una pandemia, un disastro naturale, un'estinzione animale, una morte. Ma camminiamo all'indietro lungo il corso di ciò che è accaduto. E adesso, credetemi che non è avvenuto solo che il primo ministro, emanasse il decreto di rimanere nelle proprie case per un'emergenza sanitaria. Sta succedendo che c'è chi questo decreto nemmeno può rispettarlo, perché la casa non la possiede e vaga quindi per le strade, con gli occhi puntati addosso, da chi orgoglioso e protetto dalla propria mascherina, prova ribrezzo e biasimo per chi non adotta uguali precauzioni. Accade che mentre io scrivo, qualcuno è rassegnato a dover salutare per sempre la voce della propria mamma, del nonno o del vicino che gli regalava un sorriso ogni mattina prima di andare scuola. E vi assicuro che a questo punto, quel "qualcuno", non avrà più bisogno di cercare ininterrottamente notizie sul telegiornale, riguardo al Covid-19, perché vorrà scordare per tutta la vita, che la persona alla quale teneva, completò bruscamente la propria esistenza, per quella apatica sigla. Ma la cosa più ridicola, sapete qual'è? Che ogni giorno siamo sempre più stupidamente convinti di non essere quel "qualcuno", e la nostra umanità, a patto che ci sia, al massimo ci fa provare compassione. 

Ma sia chiaro, che piangere per l'ennesimo decesso, non comporta che effettivamente la cosa ci riguardi, giusto? "Finirà presto", e elaboriamo qualche idea su come e quando si concluderà questa tragica storia. E siamo così incoerenti, tanto da riconoscere la gravità della situazione attuale, non curandoci, o forse ignorando, il lato peggiore: noi siamo i responsabili. Che monotona novità, sapere di essere la causa di un disastro, che sconvolge e rovina noi medesimi. Ma anche se qualche volta provo a dimenticare il nostro incontenibile vizio di oltrepassare il limite, quando poi il limite si ribella è necessario ricordare. Ricordare di come continuamente alla natura chiediamo sempre di più, pretendendo sovente, che si conceda al nostro totale controllo, con motivazioni economiche facilmente evitabili. Estirpare dal mondo naturale, un genere animale senza neanche aver chiesto il permesso, riducendolo ad oggetto di alimentazione e guadagno: questa è l'origine della pandemia. La natura allora, diventa Nemesi, con una inconsapevole vendetta, dietro alla quale si cela un grido di aiuto, di esasperazione. Solo in quel momento ci rendiamo conto che tutti i colori della pelle, tutti gli accenti della voce, tutte le ideologie, tutti siamo nessuno dinnanzi la natura. E io, tu, che ci facciamo chiamare italiano, spagnolo, tedesco, francese, continuiamo a essere nessuno, perché c'è ancora un'infinità che sebbene non abbia il nostro stesso "nome", ha valore e fa numero, in un mondo in cui pensiamo di essere unici. Ma credetemi, che diventiamo unici quando ci uniamo, quando accompagniamo e sorreggiamo chi sta cadendo. Io voglio ricordare che fuori dalla mia finestra, la parte di mondo un po' più libera di me, mi ha liberata dallo sconforto con donazioni solidali, permettendo a noi Italiani di non arrenderci, incoraggiandoci forse senza che lo meritassimo davvero. Non vorrò pensare a quelle sintetiche mascherine come un pretesto per nascondere sorrisi, ma come un tratto temporaneo, grazie al quale ci siamo sentiti simili nelle difficoltà, avendo alleggeretito il peso dello sconforto. Mi ricorderò, non come un promemoria, ma come un ricordo che ritorna spontaneamente, che il 21 gennaio 2020 l'Italia è cambiata, perché ognuno di noi come atomi solitari, ha dovuto e ha voluto unirsi l'un l'altro, dando origine a una molecola già da un mese taciturna e immota, ma che ha promesso di esplodere di felicità quando ritorneremo a muoverci, insieme. 

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