Da me a te

Cara te,                                                                            
che non studierai ciò che sarà scritto sui libri di storia tra vent’anni, perché stavolta a viverlo siamo stati noi che ammiriamo i grandi del passato. Te che non conosci i più intimi segreti nei cuori degli uomini e neanche ti interessano, o te che credi di conoscerli, eppure ti sbagli. Guarda l’ipocrisia dei muri delle case, tutti colorati e fiorati. Mi sembrava di aver sentito un treno fischiare o era accaduto solo a Belluca? Ho visto il cielo attraversato da due arcobaleni: il primo era venuto dopo la pioggia, il secondo era un sorriso. I veri moschettieri del nostro tempo non hanno il mantello, la loro è una semplice tuta, non hanno una spada, ma delle potenti medicine, e non hanno uno scettro, ma una maschera che sfregia loro il volto, e dei guanti, che usano come scudo per proteggere i loro cari. Siamo tutti la voce di sirene, e ci perdiamo negli abissi di queste isolate e remote dimore, il nostro unico rifugio in questi tempi bellici. Mai come quest’anno desidero respirare la brezza marina, io che ho sempre guardato il mare con gli occhi di Brody. Non è da me usare penna e calamaio, lo sai, ma sento il bisogno di dirtelo. Anche se la mia mente non è ancora pronta, e il cuore vuole smettere di tormentarsi, e che avrei continuato a serbare rancore in questi mesi, e che non avrei e non ho intenzione di vederti, che molte volte le parole non dette non vengono mai effettivamente dette, ti regalo il mio perdono. Se solo, alla fine di tutto questo, ci ritenessimo tutti Giosuè, credendo che tutto questo sia un gioco, altro che carro armato vinceremmo! Ecco perché sono certa che andrà tutto bene.
Con affetto, me

(Gabry, 18)

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