Amico mio carissimo

Amico mio carissimo,


sale l’inquietudine e il desiderio di averti accanto, sale l’angoscia di un presente beffardo, sale lucido il dolore del mio cuore pavido e tremebondo. Non so dirti come si arriva a sentir nulla. So che diventiamo inevitabilmente bulbi incerati in un sottile finimento, gradevole allo sguardo ma impenetrabile come uno specchio. E così trepidi del nostro stesso io, girovaghi scossi rinchiusi in placente di inquietudine e paura, dighe intatte a separar pensieri arditi e sforzi di vita quotidiana, tiriamo avanti rivestiti di cemento. E  il terrore di vivere che ci spacca l’anima di tormento, che ci perfora la volontà, martello pneumatico imbelle, che ci draga al di là di un fiume pusillanime. Noi, vili pescatori senza esca e senza pescato.
Amico mio carissimo, ti parlo a costole spalancate, a parole che ti cercano raminghe e confuse. Il mio petto sdrucito dai colpi di un pugno preciso e diretto ad accusarmi, fisso di codardia e umiltà gretta e sconfinata. Questo petto squarciato da un cuore esploso in mille pezzi, massacrato da tentativi di perdono e di cieco fidarsi. Mille volte ho sentito il mio cuore, prima di quello schianto, batter timido le ali sue di speranza e amore incerto, e cozzare impotente contro un armatura troppo potente. E se penso a domani mi monta lo sdegno per un misero me stesso. Troppo grande lo scotto per un ansia d’amore, troppo vasto il dolore per una piuma d’affetto. Immane lo sconcerto per un petalo di dolcezza. Col tempo impari a spaventarti anche di ogni singola parola tagliata male, perché capace di ferirti col fendente dell’arroganza. Meglio incappucciati e chiusi, che vestiti di niente in un giardino imprudente.
Oh amico mio, forse se ti avessi qui azzarderei. Forse se tu ci fossi troverei il coraggio di puntare su un cavallo mal quotato ma non stanco. Forse se mi raccontassi una storia a veduta d’avventura, t’ascolterei di evasione e partenza.
Amico mio sono così incerto che mi pare certo solo questo momento che ho. E forse sbaglio a caricarti della soma di un mio probabile alito di vita. Spesso andiamo comprando fuori quello che vendiamo dentro a piene mani. Dovremmo solo trovare il coraggio di affrontarci senza indugio e imparare a piacerci con vigore e con tigna molto più dell’importanza di piacere agli altri. Come si cucina quel coraggio? È buono fresco o in una salsa di sangue freddo e forza d animo, bollita a fuoco lento della volontà?  
Ieri seduto comodo in una panchina nel parco, guardavo una donna poggiata con la schiena all’albero più vecchio di quella pineta. Mi pareva giovane ma con uno sguardo triste lanciato verso la cima di quel pino. E come una giunchiglia si piega al peso dei suoi boccioli intrisi d’acqua durante un temporale, così mi sembrava la donna, accartocciata nell’animo e richiusa a libretto in se stessa. In quell’istante mi son sentito meno solo. Nella lontana compagnia di una donna sconosciuta, malata del mio stesso mal del divenire. Perdona quest’amarezza amico mio. Vorrei parlarti di me bruco sbocciato a farfalla e non riesco nemmeno a uscire dal mio baco. Vorrei tingere questo mio cielo nero in un indaco perlato di genziane e di iris. Vorrei impreziosire il nostro vivere con corolle eleganti poste sul capo e giocare a farci sapienti e rari come bambini. Vorrei più semplicemente smettere di essere burattino di me stesso, con questo mezzo io, troppo severo e diffidente che tira le redini ad ogni svolta e mi blocca il respiro. Che bello sarebbe se fossimo capaci di esser noi la cura di noi stessi; noi, culle di braccia e mani per ninne di desolazioni e incurie; noi, rami di foglie e frutti polposi a succhiar linfa di futuro sereno; noi, lanciatori esperti di cuore a segnar mete di orizzonti sicuri dove il sole bacia il mare nel loro preciso appuntamento quotidiano d’amore.
Ti saluto carissimo amico, scriverti mi ha permesso di scavalcare il muro della mia provvisorietà, per raggiungerti nel prato della pace, di roccia salda e bene certo.

 

Roberta

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