Alla voce che fischia

nel mio orecchio

Carissima voce che che ti fai sentire nel mio orecchio, come stai?

Oramai sono settimane che conviviamo nello stesso corpo e continuo a non capire cosa tu voglia da me. 

Quando sei apparsa ho pensato che stessi per impazzire o morire, poi ti sei silenziata, ma alla fine sei ritornata e ora stai urlando nella mia testa da giorni. 

Chi sei? Cosa vuoi? 

Non possiamo esistere in questo modo nella stessa testa. Finiremmo per impazzire entrambi. 

Ti propongo una tregua: dato che siamo nello stesso spazio, e abbiamo bisogno di conoscerci, che ne dici un bicchiere? 

Che ancora immaginarlo si può. Però paghi tu. Che butta male visti i tempi. 

Dai attacca. Sputa.

Che dici? Non capisco. 

Scandisci bene le parole oltre il tuo solito brusio.

Come? Sicura? 

No. Mi trapani la testa così. 

Cura? Neanche. 

Cosa vuoi dirmi? Aiutami a capire.

Paura. Ah, ok. Hai paura. 

Potevi dirlo prima, no!

E come non averne? Hai ragione. 

Ma ti pare il caso di farmi ammattire così?

A dire il vero, non è che abbia una vera risposta da darti. Ma ti racconto questa. Te lo dico, sembra una di quelle cazzo di parabole che quando le ascolti spegni il cervello. Però io te la racconto lo stesso. Poi fai tu, basta che ti stai un pò zitta e mi lasci in pace. Eccola.

Mentre vagabondo in solitaria sui miei sentieri, spesso mi capita di fermarmi e di pensare al non-essere. 

Stai attenta, vocina, non alla morte. Al non-essere, il non-esistere. Al non occupare lo spazio che occupo, a cosa sarò, a cosa sentirò nel momento in cui non sarò più. Questa indefinitezza mi prende alla gola, gli occhi si avvicinano al cervello e ogni cosa fuori di esso, compresa la mia esistenza stessa, sembra superflua. Tutto mi sembra inutile ed importante allo stesso tempo. E mi paralizzo. Per un momento, il mio cervello va oltre l'idea di fine per entrare nel mondo del'ignoto, dell'oscuro. Del nulla. Tutto si azzera, l'odore, la vista, il tatto, l'udito. Manca l'aria. Soffoco. Rimpicciolisco. E allora, sai che faccio in quel momento di panico? 

Non ci penso. Sì, non ci penso. Perché se pensassi costantemente al non-essere resterei paralizzato. E così esco dal sortilegio, chiedo all'angoscia di seguirmi ad un metro di distanza - incredibile come siano sempre le gocce a far casino! - e mi fermo a guardare un'orchidea selvatica. 

Ora, non prendermi troppo sul serio, però una cosa te la voglio dire: non puoi vivere nella paura della morte, perché vivere cosi significa già morire. 

E poi, il mio orecchio sembra uscito da un concerto dei Pantera!

Non so, forse non ti sono stato molto utile. Però spero di averti calmato, vocina mia cara. 

E se la paura dovesse tornare a bussare alla tua porta, pensa all'orchidea.

Del resto, ci sono più cose in cielo e in terra di quanto non possa sognare la nostra filosofia.

Macbeth

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