A mio nonno Bruno

In una stanza della mente esiste un'istantanea che racconta tutto il mio mondo di bambina. Sul tavolo di legno della sartoria sei intento ad accompagnare aghi, forbici e bottoni sulla stoffa, in movimenti così composti e ordinati da sembrare passi di danza. Canti e sorridi, perché sei nato con il sole dentro e, accanto a te, le persone fioriscono. Tra fili e tessuti mi muovo leggera come un pettirosso che ha scelto a quale ramo affidare il proprio nido. In sottofondo ascolto consumarsi i tuoi dischi jazz, fedeli compagni di merende in quella casa che è il dolce rifugio di tutti i miei pomeriggi. Venti tiepidi d'estate corrono veloci per stare al passo del mare. Sono impegnati a scompigliarci i capelli, ma di tanto in tanto fermano il loro soffio per osservarci. L'acqua salata asciuga in noi gli ultimi residui lasciati dal lungo inverno cittadino, in giornate felici e interminabili che fanno le capriole sotto il sole. Dentro la stessa fotografia, appesa nella stanza a cui mi affaccio spesso, mi vedo correre in punta di piedi in questa vita. Tra le corsie della pista, sei lì a viaggiare insieme a me. Quanta paura hai polverizzato fino a farla germogliare in coraggio, quanti consigli si sono trasformati in successi e quanti limiti, più che mostri feroci, mi hai dimostrato essere semplicemente esperienze. Con gli anni, il ramo su cui il piccolo pettirosso aveva fatto il nido si è trasformato in radici resistenti, alle quali hai lasciato che mi aggrappassi tutte le volte in cui crescere ha significato sopportare qualche folata di vento un po' più selvaggia. La tua corteccia è stata un riparo dalle tempeste, in attesa di prendere fiato prima di affrontarle. Hai divorato la vita con passione e gentilezza, umiltà e dolcezza verso ogni anima incontrata sulla tua strada: mai sopra le righe, mai una parola cattiva. Il tuo abito più bello l'hai creato impreziosendo con attimi indimenticabili una vita semplice e modesta, così com'è sempre stata, fino a renderla magica. Hai abbracciato il bisogno di riflessione che da sempre abita in me, dando peso e valore ai miei silenzi con il rispetto di chi sa che l'anima può vibrare anche senza alzare la voce. Mi hai fatta sentire adatta al mondo fin dal primo giorno, come se ogni mio spigolo e sfumatura si incastrasse perfettamente negli ingranaggi dell'universo. Sono passati due mesi e poco più da quando sei volato via leggero. Due mesi pazzi e disordinati, durante i quali mi è sembrato di aver fatto un giro di centrifuga per poi uscirne rimpicciolita di qualche taglia. Perché di fronte a questo dolore inatteso mi sono sentita minuscola, incredula e disarmata. Vorrei avere ancora tempo per raccontarti dei miei giorni straordinari e trovare in te la forza di rialzarmi da quelli difficili, accettando le ammaccature. Riavvolgerei il nastro per ascoltare di nuovo le tue storie, immaginarti mentre macini chilometri con la nonna nelle vie di qualche città del mondo o tra le sale dei musei che amavi, mentre affoghiamo le chiacchiere nel solito thè caldo e biscotti. Però ti sento. Quando il respiro si accorcia e la fatica pesa negli occhi e sul cuore, vedo la tua mano tesa lasciarsi afferrare ancora e ancora. In ogni sorriso che esplode, c'è qualche traccia di te. E in quell'istantanea che profuma di colori, musica e aria di mare, sono raccolti gli istanti più vividi e sereni dei miei ventisei anni di vita. In quelli più straordinari ci sempre tu. L'eroe della mia infanzia, l'amico della mia adolescenza, la colonna portante del mio diventare donna e sempre, sempre, sempre, l'amore grande della mia vita.

Silvia Castrezzati

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